Relazionarsi al meglio con i bambini: l’importanza della consapevolezza di se’

Conoscere, comprendere, dare significato

La conoscenza della nostra storia passata e, in particolare, il significato che diamo alle nostre esperienze infantili ha un profondo impatto sul nostro modo di entrare in relazione con gli altri, soprattutto con i bambini. Che il nostro ruolo sia genitoriale o professionale (insegnante, educatore, psicologo, psicomotricista, pedagogista,…) la questione non cambia: una maggiore conoscenza e comprensione di noi stessi e della nostra storia può aiutarci a costruire una relazione più efficace e soddisfacente con i nostri figli e con i bambini con i quali lavoriamo, alimentando la nostra capacità di generare in loro uno stato di benessere emotivo e di sicurezza che li aiuta a crescere in modo ottimale.

La ricerca sull’attaccamento

Gli studi nel campo dell’attaccamento mostrano come lo sviluppo in un bambino di un attaccamento sicuro verso l’adulto sia correlato alla capacità di quest’ultimo di comprendere le proprie esperienze infantili. Contrariamente a quanto si pensa, le esperienze dei primi anni di vita non determinano il nostro destino: criticità, problematiche o conflitti vissuti durante l’infanzia non per forza determineranno interazioni poco funzionali nel rapporto con i bambini se siamo riusciti comunque a capirne il senso. Senza una conoscenza e comprensione della nostra storia tendiamo a riprodurre modelli comunicativi e relazionali disadattivi sperimentati durante le nostre interazioni familiari passate e a farci influenzare da esperienze spiacevoli rimosse, inoltre, tendiamo ad attivare meccanismi difensivi inconsci di adattamento alle situazioni che abbiamo sviluppato nel corso della nostra vita. Tutti questi aspetti limitano le nostre capacità di entrare in ascolto ed empatia con i bambini. Quando interagiamo con i bambini questi elementi del passato riaffiorano influenzando il nostro modo di essere nel presente e il nostro modo di entrare in relazione con loro, se non siamo riusciti ad analizzarli, comprenderli, accettarli ed integrarli nella visione di noi stessi.

Difese e risposte automatiche

Il percorso da fare va dall’inconscio alla consapevolezza, dall’automatismo nelle risposte alla possibilità di scelta tra un repertorio di modelli comunicativo-relazionali più ampio. Se siamo in grado di scegliere le nostre risposte significa che non siamo più controllati da reazioni che sono guidate unicamente da stati emozionali interni; questi spesso non ci permettono di entrare in collegamento con i bambini stabilendo una comunicazione autentica perché di fronte alla nostre intense emozioni essi rispondono con stati emozionali difensivi. Le difese psicologiche sono come dei muri mentali dietro ai quali si nasconde il Sé più vero ed autentico delle persone, in queste situazioni nessuno può sentirsi compreso e in unione con l’altro. E quando un bambino non si sente compreso, piccole cose possono diventare grandi problemi!

Esperienze passate e Rimozione

Non siamo destinati a ripetere i modelli dei nostri genitori e le esperienze del nostro passato, se riusciamo ad andare oltre i limiti posti dalla nostra storia passata comprendendone il senso, possiamo costruire esperienze positive e adottare un modo di vivere e relazionare diverso per noi e per i bambini con i quali interagiamo. Le ferite vissute nel corso della nostra infanzia tendono a venir rimosse, ma esse continuano ad influenzarci inconsciamente ed è possibile rimarginarle solo se vengono riportate alla coscienza, se vengono elaborati i rispettivi sentimenti e le intense reazioni emotive. Appunto perché i sentimenti del bambino sono così intensi, la loro repressione non può avvenire senza pesanti conseguenze: quanto è più robusto il prigioniero, tanto più spesse devono essere le mura della sua prigione, una prigione che potrebbe ostacolare lo sviluppo emotivo di ognuno di noi. Scavando nella nostra storia è possibile trovare cosa è stato rimosso, represso e riportarlo alla luce. Talvolta l’accesso al nostro vero Sé, vale a dire a quelli che siamo realmente è possibile solo quando non dobbiamo più avere paura del mondo degli affetti caratteristico della nostra infanzia, dopo averlo vissuto esso non risulterà più estraneo o minaccioso, diventerà invece noto e famigliare e sarà proprio questa consapevolezza a renderci liberi.

Le migliori alleate: le emozioni!

Vivere intensamente le emozioni è un’esperienza liberatoria perché permette di aprire gli occhi di fronte ai fatti reali, ci libera dalle illusioni, ci restituisce ricordi rimossi e fa scomparire i nostri sintomi grazie alla possibilità di scaricare il corpo. Si tratta di un’esperienza fortificante e di crescita. Dare uno sguardo profondo alle esperienze della nostra infanzia ci permette di attivare da adulti risposte più flessibili e spontanee, riflettendo con calma, considerando le varie opzioni, evitando di ricorrere a modelli di comportamento ripetitivi e fissi, caotici, rigidi, pervasi da emozioni intense e poco controllabili; intelligenza emozionale è sinonimo di flessibilità. Gli elementi del passato vanno integrati con riflessioni sul nostro presente, affrontando in maniera aperta e diretta quelle che possono apparire sensazioni ed emozioni insopportabili. Non sono infatti solo i sentimenti “belli”, “buoni”, piacevoli a dare un senso alla nostra esistenza e a caratterizzare il nostro Sé, ma, spesso, sono proprio quelli scomodi, che preferiremmo evitare a farci sentire vivi. Le parti “buone” e “meno buone” di sé vanno accolte, accettate ed integrate nella visione che abbiamo di noi stessi. Quando siamo in grado di accettare e rispettare ciò che ha caratterizzato la nostra storia siamo pronti ad intraprendere il cammino verso il cambiamento, partendo dall’assunto che noi, così come i nostri genitori abbiamo fatto del nostro meglio considerando le circostanze in cui si è svolta la nostra vita. Evitiamo di giudicarci o biasimarci: cerchiamo invece di essere gentili e indulgenti con noi stessi.

Dott.ssa Andrea Lisa Marussi-Psicologa-Psicomotricista Relazionale

Bibliografia

A. Miller “Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero sè”

E. Millet “Felici ed imperfetti: come smettere di fare gli ipergenitori”

D. J. Siegel, M. Hartzell “Errori da non ripetere. Come la conoscenza della propria storia aiuta a essere genitori”

La comunicazione autentica: corrispondenza tra messaggi verbali e non verbali.

Pensiamo alle prime forme di comunicazione che utilizza il bambino per entrare in relazione con l’adulto che si prende cura di lui, abbiamo visto nei precedenti articoli che queste sono di natura prettamente corporea, e vengono chiamate mediatori della comunicazione: voce, sguardo, gesto, oggetto. Per il bambino il corpo è un mezzo, un linguaggio per esprimere ciò che prova e che sente, per comunicare e relazionarsi con adulti e bambini, per conoscere l’ambiente e apprendere dall’esperienza vissuta.

Teniamo presente però che tutte le interazioni interpersonali si basano su forme di comunicazione: verbali e non verbali. Quando comunichiamo con l’altro, infatti, mandiamo contemporaneamente due messaggi: uno verbale fatto di parole e uno non verbale che trasmette informazioni attraverso i mediatori della comunicazione (sguardo, gesto, tono di voce), la postura del corpo, l’espressione del viso, i tempi e l’intensità delle risposte. A livello neurologico, la parte destra del cervello è la responsabile dell’invio e della ricezione dei segnali non verbali, oltre che della regolazione degli stati emozionali; l’emisfero cerebrale sinistro è specializzato invece nell’elaborazione dei dati verbali. Questo significa che possiamo produrre pensieri basati sul linguaggio e sulle parole che non necessariamente corrispondono alle nostre sensazioni interne e alle nostre emozioni, allo stesso modo possiamo ricevere informazioni verbali dall’altro che possono non corrispondere ai suoi stati emozionali.

Perché accade questo? I contenuti non verbali trasmessi da un interlocutore attraverso l’emisfero destro vengono prodotti in modo inconscio e altrettanto inconsciamente vengono percepiti dall’altro, questi contenuti hanno un profondo impatto su come ci sentiamo mentre interagiamo con l’altro ma vengono padroneggiati poco, soprattutto dall’adulto. E’ come perdere una sensibilità che da bambini abbiamo avuto ma che durante il processo di crescita abbiamo lentamente smesso di allenare. I segnali che vengono inviati dall’emisfero destro di una persona influenzano direttamente l’attività dell’emisfero destro dell’altra, allo stesso modo le parole che originano dall’emisfero sinistro dell’uno attivano la parte sinistra dell’altro. Quando i messaggi verbali e non verbali sono in accordo la comunicazione ha un senso ed è percepita come coerente ed autentica. Se invece i segnali verbali  e non verbali mandano messaggi differenti e conflittuali allora la comunicazione risulterà difficile da comprendere perché poco chiara e poco coerente.

Nel corso dei primi due anni di vita del bambino le attività dell’emisfero destro hanno un ruolo dominante, a livello anatomico sappiamo che in età prescolare la struttura che collega i due emisferi cerebrali (chiamata corpo calloso) è ancora immatura. I bambini, soprattutto quelli più piccoli, hanno bisogno di comunicare con i genitori in maniera non verbale. In questa fase dello sviluppo i bambini incominciano a cimentarsi con la capacità di abbinare le parole ai sentimenti, ma spesso risulta molto complicato tradurre in parole le sensazioni ed emozioni provate! L’approccio migliore per interagire con un bambino potrebbe essere parlare la sua lingua avviando una comunicazione che privilegia il canale non verbale e che attiva l’emisfero destro sede di sensazioni, percezioni, emozioni e sentimenti. Il bambino, infatti, è in grado di comprendere entrambi i messaggi trasmessi dall’adulto (verbale e non verbale), ma ha una sensibilità in più, in quanto sa cogliere meglio il messaggio non verbale che viene poi confrontato con il contenuto del messaggio verbale per trovare o meno corrispondenza. Quanti messaggi incoerenti mandiamo? Vale a dire messaggi che con un canale esprimono un contenuto ma con l’altro ne comunicano un altro? Noi adulti siamo molto più abili con il canale verbale ma il bambino coglie prima e meglio quello non verbale, canale che però noi tendenzialmente controlliamo e padroneggiamo poco, ecco che spesso nascono le difficoltà educative, ecco che spuntano i capricci, ecco che si va incontro alla prime incomprensioni. Un bambino può sentirsi disorientato difronte ad una comunicazione ambigua e incoerente a causa di una mancata corrispondenza tra segnale verbale e non verbale.

Il mondo dell’adulto in genere pone un’enfasi maggiore sull’utilizzo di modalità di comunicazione proprie dell’emisfero sinistro, che privilegiano l’uso della logica e del linguaggio. Per l’emisfero destro può risultare difficile trovare il proprio spazio! Ricordiamo che le attività dell’emisfero destro svolgono un ruolo essenziale nei processi di autoregolazione, nello sviluppo di un senso di sé e nello sviluppo di relazioni basate sull’empatia. Le funzioni dell’emisfero destro nei bambini vanno quindi tutelate, incoraggiate e va favorita lo loro integrazione con quelle proprie dell’emisfero sinistro per raggiungere uno stato di equilibrio interno e benessere. Un adulto è bene apra i suoi canali di comunicazione riattivando la parte destra del cervello, in modo da poter entrare in sintonia con quelli che sono i suoi stati d’animo interiori, le sue sensazioni, le sue emozioni per poter esprimere al bambino i propri sentimenti in maniera semplice, diretta e non aggressiva. Le sensazioni sono alla base della vita mentale, una coerente conoscenza di sé dipende dalla consapevolezza che abbiamo rispetto ai nostri stati interni e alle relative sensazioni. Parliamo con i bambini delle sensazioni, nostre e loro, chiediamo a noi stessi e ai bambini quali sono i segnali che i nostri corpi stanno inviando, concentriamoci su di essi e riflettiamo sul significato che hanno per noi e per loro (lo stato dello stomaco, la tensione dei muscoli del collo, il battito del cuore,…). Se prestiamo attenzione a questi messaggi non verbali impariamo a conoscere noi stessi e i bambini, se manifestiamo le nostre sensazioni ed emozioni in modo corretto diamo ai bambini la possibilità di apprendere da un modello positivo. I bambini imparano ad entrare in contatto con i contenuti emotivi propri e altrui non tanto ascoltando le nostre parole, quanto osservando come rispondiamo a livello emozionale. Ecco che i bambini imparano ad essere empatici. Ecco che i bambini imparano a rispettare il proprio sentire e quello altrui.

Bibliografia:

Vecchiato M. “Il gioco psicomotorio”

Siegel D. J., Hartzell M. “Errori da non ripetere. Come la conoscenza della propria storia aiuta ad essere genitori”

Siegel D. J. “La mente relazionale”

La Psicomotricità Relazionale come pratica terapeutica

La Psicomotricità Relazionale è una disciplina che privilegia il corpo e la relazione corporea come strumento educativo e di cura, in particolare la terapia psicomotoria si configura come un intervento particolarmente idoneo da proporre in età evolutiva, in quanto attraverso il gioco e la relazione corporea, offre al bambino delle condizioni esperienziali  molto vicine alla dimensione esistenziale in cui si trova ad agire e vivere.

Le patologie e i disturbi che interessano il bambino in età evolutiva sono molteplici, sarà pertanto cura dello psicomotricista trovare le modalità e le strategie comunicativo-relazionali più adeguate al singolo caso, adattando l’intervento sul bambino e sulla problematica che porta. Le strategie fondamentali che lo psicomotricista ha a disposizione per stimolare il movimento, il gioco e i momenti di incontro e contatto corporeo sono l’ascolto del bambino come individuo unico che porta un disagio, l’osservazione rispettosa delle sue modalità di comunicare questo disagio, l’imitazione delle sue modalità d’espressione adeguate che vengono rinforzate e l’empatia nei confronti della sua condizione.

Nel caso di problematiche di natura psicologica conseguenti a conflitti e disagi vissuti all’interno del nucleo famigliare, la terapia psicomotoria si propone di rivisitare le tappe del processo maturativo del bambino. Attraverso il gioco simbolico e la relazione corporea proposta e sviluppata con il bambino sarà possibile trovare la risoluzione del problema; è grazie alla relazione duale, infatti, che il bambino viene aiutato a rivivere le relazioni affettive ed emotive primarie che sono alla base del suo sviluppo disturbato.

L’intervento di Psicomotricità Relazionale si propone pertanto di partire dal corpo e da ciò che esso comunica per dare ascolto profondo al disagio manifestato dal bambino, spostando la comunicazione dal verbale al non verbale attraverso delle condizioni spazio-tempo-oggettuali-relazionali e un contesto esperienziale di gioco che possa instaurare una relazione autentica di fiducia. Lo sblocco dell’espressione non verbale del bambino in seduta permette la riattivazione del corpo, che inizia a raccontare disagi e bisogni attraverso le posture e il tono muscolare, a dialogare con lo psicomotricista attraverso un dialogo tonico, facilitando così la proiezione delle dinamiche interne al sistema familiare nel gioco simbolico. Un corpo che esprime, che parla e che quindi va ascoltato, una dinamica simbolica e un tipo di relazione che raccontano un vissuto; questi i punti fondamentali da cui partire per comprendere le difficoltà del bambino e per favorirne l’evoluzione.

Percorso di Sostegno alla Genitorialità

Fare il genitore si sa, è il mestiere più difficile del mondo. Non esistono pillole o pozioni magiche, ma a volte qualche piccola strategia può aiutare ad attraversare l’affascinante ma intricato sentiero che ogni genitore è chiamato a percorrere: l’educazione. Esistono i manuali, i libri, le serate informative.. Noi proponiamo un percorso esperienziale perchè posso dirti come fare, ma se ti do l’opportunità di farlo e sperimentarlo sulla tua pelle è meglio!

Corpo, Gioco e Apprendimento

Abbiamo visto nei precedenti articoli come il corpo eserciti un ruolo centrale nella costruzione e sviluppo della personalità del bambino e come sia importante prendersi cura della dimensione corporea (intesa come corpo che veicola emozioni e come mezzo per esprimersi e conoscere) per potergli garantire un processo maturativo equilibrato. Educare il corpo per educare la mente, ma non solo…

Corpo e mente devono ricevere la stessa cura ed attenzione e vanno educati a dialogare tra loro, l’apprendimento infatti è possibile solo se viene offerta al bambino la possibilità di stimolare entrambe queste dimensioni: cognitiva e corporea. Per quale motivo è importante far dialogare corpo e mente? Numerosi studiosi e ricercatori nell’ambito della psicomotricità e della pedagogia (Duprè, Wallon, Schilder, Piaget, De Ajuriaguerra, Soubiran, Montessori, Vayer) hanno dimostrato come il bambino sviluppi la conoscenza di sé e del mondo soprattutto attraverso le esperienze vissute con il corpo e il movimento; sono stati in seguito gli studi di Lapierre e Aucouturier a dimostrare come lo sviluppo dei processi mentali nel bambino avviene in modo graduale grazie alla spontanea ripetizione di esperienze motorie all’interno di un contesto che risulti idoneo all’espressione di sé. La mente si costruisce dunque partendo dall’esperienza vissuta attraverso il corpo. In questo contesto di cui parlano i due studiosi il bambino deve essere lasciato libero di sperimentare spontaneamente lo spazio, gli oggetti e le situazioni proposte dall’adulto, infatti, vivere concretamente le esperienze attraverso il corpo, il movimento ed il gioco le fa comprendere meglio e più velocemente (pensiamo per esempio a concetti quali grande-piccolo, alto-basso, dentro-fuori, sopra-sotto, vicino-lontano, veloce-lento).

Lapierre e Aucouturier parlano in questo senso di educazione vissuta, concetto che sottolinea l’importanza di sostenere nel bambino l’apprendimento attraverso le esperienze pratiche vissute con il corpo e il movimento, adottando una modalità di insegnamento non direttiva. Il bambino impara facendo. Il bambino impara toccando, sperimentando con le sue mani, con il suo corpo ciò che successivamente viene interiorizzato e diventa conoscenza.

In Psicomotricità Relazionale offriamo al bambino questo contesto di gioco spontaneo che ben presto diventa un contesto di scoperta, grazie alla presenza di vari oggetti e materiali che diventano per il bambino degli stimoli con caratteristiche specifiche tutte da scoprire. Ecco che,  avere per esempio a disposizione delle palle di diverse grandezze, consistenze, materiali e colori diventa un vero e proprio laboratorio di scoperte e occasione di apprendimento di concetti come grande-piccolo, leggero-pesante, duro-morbido, nonché apprendimento di colori e di performance motorie da mettere in campo con l’oggetto in questione (lancio in alto, lancio in basso, faccio rotolare, faccio saltare, tiro all’altro, mi ci siedo sopra..). Ecco che, quando il bambino ha la possibilità di giocare con una semplice scatola di cartone, familiarizza con concetti spaziali come dentro-fuori, sopra-sotto, pieno-vuoto.

L’apprendimento concreto, vissuto, sperimentato è garantito, il divertimento anche. Ma senza divertimento l’apprendimento è ugualmente possibile? Lo scopriremo assieme nel prossimo articolo!

Bibliografia:

Mauro Vecchiato “Il gioco psicomotorio. Psicomotricità psicodinamica”

Mauro Vecchiato “Psicomotricità relazionale. Le mappe emotivo-comportamentali dall’infanzia all’adolescenza”

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Corpo ed Emozioni in età evolutiva

Gli studi e le sperimentazioni effettuati da esperti in psicomotricità, in particolare da De Ajuriaguerra medico psichiatra, hanno messo in evidenza come la contrazione neuromotoria dei muscoli che avviene in modo naturale, sia strettamente collegata con i centri sottocorticali del sistema nervoso; questo significa che il tono muscolare è altamente influenzato dalla condizione emotiva ed affettiva che vive un bambino. La tensione del tono muscolare e del corpo è connessa dunque con gli stati d’animo del bambino, questi si riflettono poi sul comportamento e si possono manifestare sotto forma di disturbi psicomotori (pensiamo per esempio alle varie forme di iperattività o di agitazione psicomotoria). Il corpo rappresenta quindi la sede all’interno della quale si depositano tutte le esperienze affettive ed emotive, le sensazioni, gli stati d’animo, così come i traumi e i conflitti vissuti dal bambino nell’arco dello sviluppo, ed è proprio attraverso il corpo, in particolare sotto forma di gioco, che il bambino ha l’opportunità di esprimere e rielaborare questi vissuti.

Il corpo si connota dunque sia come sede di vissuti ed esperienze emotivo-affettive sia come canale di espressione che il bambino utilizza spontaneamente per rielaborarli e dare loro soluzione. Il corpo impregnato di questi vissuti rappresenta la dimensione psicosomatica della personalità, della quale bisogna prendersi cura affinchè il bambino possa procedere lungo il percorso di crescita in modo equilibrato. Per questo motivo va offerto al bambino uno spazio e un tempo per potersi esprimere attraverso il corpo, utilizzando quindi un linguaggio a lui congeniale.

La modalità d’elezione utilizzata dal bambino per muovere il suo corpo è il gioco che diventa la sua attività prediletta, il linguaggio attraverso il quale esprime se stesso, i suoi stati d’animo, i suoi bisogni, i suoi desideri, le sue paure e diventa inoltre occasione di apprendimento. La Psicomotricità Relazionale offre al bambino questo spazio e questo tempo di gioco spontaneo, per esprimersi con i materiali a disposizione attraverso il gioco simbolico e la relazione con lo psicomotricista che lo guida e sostiene.

Bibliografia:

Mauro Vecchiato “Il gioco psicomotorio. Psicomotricità psicodinamica”

Mauro Vecchiato “Psicomotricità relazionale. Le mappe emotivo-comportamentali dall’infanzia all’adolescenza”

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CORPO e GIOCO nello sviluppo del bambino

Sin dalle prime ore di vita il bambino ha la capacità di riconoscere ciò che accade intorno a lui,  egli guarda, osserva volti umani, ne segue i movimenti e le azioni che hanno lo scopo di preservare il suo benessere: carezze e contatti, che soddisfano il suo bisogno di accudimento, rassicurazione, regolazione emotiva; gesti e parole che rispondono al bisogno di regolazione fisiologica (stabilizzazione dei cicli sonno-veglia, fame-sazietà); modalità comunicative che rispondono al bisogno di affermazione ed esplorazione. Il bambino però non riceve in modo passivo le cure e le attenzioni, al contrario, egli è biologicamente predisposto a stimolare le interazioni sociali, oltre che a rispondere. Come lo fa? Con un linguaggio non verbale, in particolare attraverso il corpo.

Al momento della nascita il bambino sa avviare una relazione adeguata con il mondo, usa spontaneamente delle strategie comportamentali che sono iscritte nel suo DNA; si tratta di strategie di natura corporea messe in atto per entrare in relazione con le persone, pensiamo per esempio allo sguardo, al pianto, al sorriso, alle posture di apertura e contatto del corpo. A volte non ci si rende conto del fatto che sono in corso delle interazioni sociali tra genitori e bambino mediate dalla comunicazione non verbale, anche quando lo scopo potrebbe apparire di natura non sociale e non interattiva come ad esempio cambiare o nutrire il bambino. Questo accade in quanto il bambino è fortemente attivo nella relazione, si motiva e sa motivare chi si prende cura di lui attraverso un dare e ricevere reciproco. Il corpo del bambino dunque parla, comunica e lo fa fin da subito, e noi fin da subito ascoltiamo e rispondiamo in maniera del tutto spontanea.

Progredendo lungo le tappe dello sviluppo, il bambino utilizza il corpo per  muoversi, esplorare agire e apprendere. Il pensiero umano, e quindi l’intelligenza, nascono dall’esperienza concreta vissuta con il corpo, questo infatti è cronologicamente coinvolto per primo nello sviluppo della personalità ed è pertanto il propulsore della mente. Crescendo, il canale privilegiato attraverso il quale il bambino utilizza il suo corpo è proprio il gioco, un’attività serissima grazie alla quale continua la scoperta-conoscenza di sé e del mondo e che diventa un linguaggio specifico che gli permette di esprimersi.

“Il gioco è il lavoro del bambino” cit. M. Montessori

Bibliografia:
Mauro Vecchiato “Il gioco psicomotorio. Psicomotricità psicodinamica”
Mauro Vecchiato “Psicomotricità relazionale. Le mappe emotivo-comportamentali dall’infanzia all’adolescenza”
Daniel N. Stern “Il mondo interpersonale del bambino”

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